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Uguali e babbei
Un altro discorso sull’uguaglianza!
Che follia, che barba e, soprattutto, a che pro?
Il lettore proverà un senso di
sollievo nel sapere che non intendo rispondere come fanno tanti
autori miei coetanei con un disinvolto “e perché no?”,
evitando così di essere tacciati di solennità.
In questo momento, ci
sono tutte le buone ragioni, forse non ce ne sono mai state di
migliori nella storia degli uomini, per interrogarsi sul destino che
abbiamo attribuito all’uguaglianza. Nondimeno, una perorazione come
questa non basterà mai, se non altro per ostentare un
interessamento al tema in questione; mi accontenterò di
illustrare le ragioni per cui dobbiamo accettare di interrogarci sul
malinteso che è all’origine del nostro modo di trattare
l’uguaglianza.
Le nazioni, i politici,
i filosofi dovranno tornare sull’argomento, alla luce degli errori
e dei crimini commessi da due secoli in suo nome e dalla quale trae
origine la maggior parte dei gravi inconvenienti che affrontiamo
oggi. Nemmeno gli inconvenienti che ancora ci attendono nei rapporti
internazionali (i più numerosi, i più generali e i più
inquietanti) ne sono estranei. Il legame che esiste tra un’erronea
percezione dell’uguaglianza e l’agitazione delle nazioni in lotta
per il proprio riconoscimento è del resto sempre più
lampante, come illustrerò tra poco se acconsentirete ad
accompagnarmi.
Innanzitutto comunque, e
per rassicurare i lettori accigliati se ce ne sono ancora dopo due
paragrafi, mi affretto ad aggiungere che l’uguaglianza è di
per sé un concetto particolarmente, eminentemente,
necessariamente degno di rispetto. Tutto il problema consiste nel
sapere davanti a che cosa o a chi gli uomini debbano essere uguali.
Davanti al metro, alla previdenza sociale o davanti a Dio? Per
rispetto delle menti scientifiche, che chiedono con convinzione che
si risparmi loro il nome e l’idea di Dio in un discorso
sull’uguaglianza, sostituiamo Dio con la Morale, ossia
quell’insieme di diritti e doveri imposti a ciascuno di noi,
esigibili da tutti e che permettono non soltanto alle società
umane di funzionare, di prosperare, e agli individui di contribuire
alla diffusione del sapere e della ricchezza, ma anche al regno del
Bene di erigersi di generazione in generazione.
Come avete notato nel
discorso che precede, lo sviluppo di una mistica dell’uguaglianza
nelle nostre società (in seguito alla caduta, un po’
dappertutto, delle gerarchie dell’Ancien Régime), pur
accompagnandosi indiscutibilmente a una diffusione del sapere e della
ricchezza, almeno per un decimo dell’umanità, spesso si
allontana dal Bene, proprio quando pretende di indicarne la
direzione.
Non è forse
perché una giusta percezione di ciò che rende gli
uomini uguali dovrebbe innanzitutto passare attraverso una percezione
non meno giusta di ciò che li rende superiori?
Superiori a chi,
chiederete voi. O forse vi risparmierete di porre questa domanda
troppo presto e di questo ve ne sono grato. Vi ringrazio di mostrare
questa prudenza che distingue il saggio dal giornalista giacché
esiste di fatto una superiorità assoluta verso la quale
potrebbero tendere tutti gli uomini e che dovrebbe rappresentare il
fine ultimo a cui sarebbe opportuno anelassero le società
veramente giuste: è la superiorità secondo il Bene o
secondo Dio, per coloro, ripetiamolo, non offesi da questo nome.
Questa superiorità è precisamente quella di cui la
nostra società, le nostre nazioni per la maggior parte e il
nostro mondo hanno a che fare.
Come posso affermare una
cosa simile? La preoccupazione del bene non governa la vita del
pianeta come si osserva quando le truppe di ventritré paesi
giungono nei Balcani per interrompere un conflitto secolare?
L’uguaglianza tra gli uomini, tra i popoli non è iscritta
nel frontespizio delle nostre istituzioni internazionali? Il prurito
dell’uguaglianza non ispira forse gli architetti a moltiplicare i
piani inclinati per permettere agli handicappati di raggiungere
autonomamente un bar? Si sono persino inventate leggi sociologiche,
equazioni per definire i metodi statistici di lettura della
disuguaglianza, metodi che pretendono di classificare i paesi per
ordine di conformità ad un ideale ugualitario meccanico
(sempre più o meno legato all’istruzione dopo Condorcet). Vi
risparmio i dettagli, per timore di opprimervi, ma la letteratura
teorica è molto voluminosa a questo riguardo.
Sono state definite
leggi per misurare la dispersione scolastica dei paesi facendo
riferimento ad un ideale educativo di sei o otto anni di frequenza.
Poi si è raffinato il metodo utilizzando ogni tipo di curve e
indici che tengano conto di varie distorsioni. Ma la filosofia
generale è sempre rimasta la stessa: come avvicinarsi ad un
concetto meccanico dell’uguaglianza da raggiungere attraverso
l’istruzione, da garantire attraverso una Costituzione, da
finanziare con un budget o con un prestito del Fondo Monetario
Internazionale.
E’ questo l’ideale
che noi vediamo ancora all’opera in questo momento nei cosiddetti
paesi emergenti come l’India, e che gli scolari indiani dimostrano
attraverso la divisa che indossano a partire dai sei anni. Non è
un caso se, tra le campagne a favore dello sviluppo condotte
all’estero da Bill Gates, creatore di Microsoft, l’India occupi
un posto privilegiato: si tratta di un paese in cui il destino
dell’uguaglianza, o la pratica dell’uguaglianza moderna, deve
essere sorvegliata e analizzata con estrema attenzione, poiché
in questo paese la disuguaglianza tradizionale è, in
principio, strutturale, e la casta di nascita condiziona la vita
dell’individuo. Promuovendo un accesso uguale per tutti al sapere,
e al medesimo sapere, cioè a una conoscenza utile alla
costruzione della modernità tecnologica (quindi, in
definitiva, non un sapere ma una competenza), Bill Gates, il suo
successore, la loro impresa, il sistema economico che l’ha portata
all’apice della gloria, le organizzazioni internazionali che
moltiplicano le fondazioni, tutto questo mondo realizza, a prima
vista, un’opera pia. Essi dispensano un messaggio teso a liberare
l’individuo dalla disuguaglianza che lo opprime, a renderlo in
grado di partecipare, di far parte del gioco. Ma chi ha fissato le
regole del gioco, a cosa valgono, verso dove ci conducono?
Nessuno si pone
veramente il problema. Ragione di più per sforzarci di farlo.
Ogni giorno, da trenta o
quarant’anni, vediamo che la luce dispensata al mondo è
fonte di cecità futura. Essa caccia le ombre, le differenze,
l’identità stessa, così come aveva previsto
Tocqueville, che raccomandava di far sgorgare dalla legge dei numeri
la nobiltà dell’individuo e non il contrario.
Tocqueville esprimeva
inoltre l’augurio che il desiderio materiale di accesso
all’uguaglianza non divenisse fonte di violenza. In entrambi i
casi, i suoi timori erano giustificati, e il fatto che egli li
esprimesse facendo riferimento alla democrazia americana sorprenderà
pochi oggi, giacché vediamo svilupparsi incessantemente un
sistema in cui l’identità degli esseri e dei popoli è
lastricata dall’ingiusta forza del numero.
Permettetemi di
attardarmi un istante sulla metafora della luce. Essa agevola la
comprensione di ciò che sta accadendo e di ciò che ci
aspetta.
Finora, la molteplicità
dei focolai di civiltà ha sempre permesso agli uomini di
definirsi in funzione della luce che essi ricevono e che diffondono a
livello soprattutto locale, secondo una grande varietà di
esposizione, come si usa nel linguaggio fotografico o pittorico.
Alcuni volti sono
disegnati dalla fiamma di una candela come nei quadri di Georges de
La Tour, altri dal tramonto sopra i gradini dei templi, dai roghi
funerari di Bénarès, da una minuta lampadina in fondo
ai bazar e alle piccole botteghe africane; altri ancora dalla luce
dei ghiacci norvegesi. Ma ciascuno di questi volti esce dall’ombra
e dall’anonimato in una verità unica che ispira rispetto e
che fa, d’altronde, la fortuna degli editori di riviste
specializzate nella scoperta dei popoli.
Si può aggiungere
che nei tempi non così lontani di dittatura - periodi in cui
gli imperi erigevano specie di torrette dalle quali i capi si
agitavano alla luce dei proiettori - i popoli vedevano con terrore le
ombre allungarsi, la notte guadagnare terreno; eppure, restava loro
almeno la candela, la luce interiore e soprattutto il concetto del
limite tra chiaro e scuro.
Oggi cosa ci propongono?
Esattamente il
contrario.
La luce permanente, il
neon per tutti, lo schiacciamento delle ombre, un universo in cui la
fiamma della vostra candela personale non soltanto appare fioca ma
quasi sporca. I proiettori cancellano i tratti, i contorni, le
frontiere: sotto il flash, tutti hanno la stessa faccia smorta e gli
stessi occhi rossi.
Sostituite la parola
“luce” con la parola “sapere” e capirete che il sapere
moderno, la competenza moderna, il progresso della conoscenza e
dell’informazione come vettori di uguaglianza sono, in molti casi,
un cattivissimo affare per l’uguaglianza autentica. Essi
schiacciano tutto: tradizioni locali, pensiero magico, scoperta
intuitiva, medecina delle piante e chissà cos’altro, in nome
della logica, della profilassi, del senso di generalità. In
pratica, essi infliggono ai tre quarti del pianeta una necessità
impossibile: quella di essere conformi ad un ideale lontano, invece
di dar loro i mezzi per realizzare un ideale interiore.
Prendiamo ad esempio il
principio secondo il quale la libertà di essere non potrebbe
definirsi completa oggi senza la possibilità di accedere
liberamente all’utilizzo di un computer alla scuola elementare;
ebbene, questo principio egualitario, che preferisce la competenza al
sapere, gode talmente di favore che dovrebbe suscitare qualche
diffidenza giacché, di fatto, la parità di accesso di
tutti i bambini del mondo al computer nella scuola primaria è
un’ambizione che, anche qualora fosse legittima, resta impossibile
da raggiungere.
Ora, quanto vale un
ideale di uguaglianza al contemnpo materiale e materialmente
impossibile da raggiungere?
Nulla. Vale nulla. Dal
punto di vista filosofico, costituisce un inganno. Nulla è
meno legittimo. Si può definire questa uguaglianza come
dinamica: una partenza alla pari alla rincorsa della felicità
tipica del pensiero americano. Ora, anche se la si realizzasse, ci
sarebbero comunque dei primi e degli ultimi, ma soprattutto ci
sarebbero persone che verrebbero comunque escluse dalla corsa.
Anziché mettersi
al blocco di partenza, anziché allineare i nostri figli sulla
linea di partenza, anziché percepire i nostri figli come
partiti bene o male, anziché continuare a parlare di
handicappati e di svantaggiati, dovremmo interrogarci su ciò
che permetterebbe di fissare ciascuno di noi in un’uguaglianza
immobile. Un’uguaglianza che non si realizza ad un blocco di
partenza. Che non partecipa al gioco. Piuttosto, un’uguaglianza
secondo statuto, che trae origine dall’essere e non dal fare o
dall’avere. Si tratta di fare in modo che lo sguardo che noi
portiamo sugli altri divenga fonte di uguaglianza di fatto, di
un’uguaglianza statica, e che gli uomini non siano considerati
uguali in ragione della loro conformità attuale o futura ad
uno standard, come è divenuto troppo frequente, ma nonostante
le difformità e le disuguaglianze, come accade sempre più
raramente; un’uguaglianza non in ragione di ciò che li
avvicina, ma di ciò che li allontana, di ciò che li
distingue.
Per
illustrare e difendere la difformità, mi prendo la libertà
di citarvi la lettera che una coppia abitante nella regione delle
Landes mi ha spedito in risposta ad un mio articolo apparso su Le
Figaro; in quell’occasione mettevo in guardia gli europei dal
puritanismo americano, temendo che un giorno o l’altro la
possibilità che abbiamo oggi di girare nudi sulle spiagge
venisse rimessa in causa così come è stato, a causa
loro, la libertà di fumare sugli aerei o di consumare formaggi
a pasta molle.
Riporto testualmente:
“Ecco cosa piace a
lei: vecchie signore dai seni cascanti, dalle carni flaccide. Che
spettacolo! Noi non siamo affatto pudibondi ma preferiamo educare i
nostri figli al gusto del bello!”
In realtà, il
messaggio ci rivela che abbiamo a che fare con una coppia che educa i
figli nel disprezzo della nudità obesa o in età
avanzata poiché i componenti fanno riferimento e si conformano
ad un ideale estetico puramente sociale, una specie di regno umano
medio, in cui la gente rientra nella norma e stanno insieme
unicamente perché si assomigliano.
Gli altri dovranno
coprirsi sulla spiaggia, se non astenersi del tutto dall’andarci.
In altri termini, la
definizione di parametri di uguaglianza quali peso medio, colore
medio, età media del bagnante, provocherebbe disuguaglianze
feroci, nonché un’ingiustizia arrecata a coloro che non
saranno mai conformi. Certo, esiste l’atteggiamento americano che
mette sullo stesso piano di tutti gli altri un bambino emiplegico:
spendere milioni per renderlo indipendente, suggerirgli di non
specificare, una volta divenuto adulto, che si recherà ad un
colloquio di lavoro in sedia a rotelle. Ma resta un’uguaglianza
ingannevole. Poiché, nel presupporre che così facendo
si possano compensare meccanicamente gli handicap di cui soffrono
taluni bambini, ce ne saranno sempre altri malati di leucemia o
malformati, persino incapaci di alzarsi. Sarà sempre presente
in natura una percentuale di infelicità incomprensibile, una
percentuale di disuguaglianza materiale di cui la nostra società
dovrebbe tener conto, modificando decisamente il sistema di
valutazione degli esseri – e della felicità.
L’uguaglianza
autentica da ricercare attraverso l’istruzione dovrebbe essere
quella di non permettere ad alcuno di poter pretendere di surclassare
gli altri poiché, per definizione, la maggior parte non lo
potrà fare; piuttosto permettere loro di esistere con dignità
nonostante la competizione.
Ciò non significa
affatto bandire la volontà di misurarsi con gli altri; ciò
non vuol dire negare l’esistenza delle élite; ciò non
implica affatto che l’azione di governo degli uomini debba essere
affare di tutti senza distinzione di competenza.
Tutto ciò
significa piuttosto che il povero di spirito possiede il medesimo
statuto del principe davanti a Dio. E che, per il resto, secondo la
legge evangelica, si dà a Cesare quel che è di Cesare,
al formicaio ciò che gli spetta. Ci saranno sempre formiche
operaie, formiche boscaiole, formiche regine e formiche cortigiane.
Il problema risiede nel
fatto che l’ideale educativo moderno consiste nel permettere al
maggior numero di bambini di salire sulla scala gerarchica del
formicaio fino alla camera della regina, fino a far loro credere che
questo privilegio non sia più la ricompensa per i propri
meriti ma l’esercizio di un diritto. In nome di cosa?
Dell’uguaglianza dinamica, la quale può riassumersi
grossolanamente nell’espressione “non c’è ragione”:
non c’è ragione che il vicino abbia più di me, che
abbia delle opportunità e io no eccetera.
In Tocqueville, si vede
già che il nemico dell’uguaglianza, dell’uguaglianza
bonaria è la bramosia. Egli ha già intuito che
l’uguaglianza è malata sul nascere, che deriva dal desiderio
di accedere alla superiorità per esercitarla a sua volta. Non
è certo un’idea sana di uguaglianza, se ne converrà.
E non si tratta nemmeno di un’idea sana di superiorità,
poiché una superiorità sottraibile al vicino come se
fosse un giubbotto, una superiorità esercitabile al vostro
posto a condizione di cambiare d’abito, di acquistare beni
nazionali o di farsi chiamare marchese dietro decisione del Consiglio
di Stato (oppure, più semplicemente, di farsi eleggere), è
una superiorità che non ha alcun valore davanti alla morale.
Platone raccomandava di
praticare un’uguaglianza che consiste nel dare di più al
grande e meno al piccolo, al fine di tener conto della diversità
delle varie nature, non certo di correggerne le differenze; Cicerone,
per quanto mi ricordo, diceva più o meno la stessa cosa.
Perché lo dicevano?
Perché non si
trattava di arricchire il ricco né di impoverire il povero. Né
Platone né Cicerone parlavano di disuguaglianza materiale. E’
questa che va corretta è che è legittimo correggere,
come affermava Tocqueville; ma Tocqueville aveva capito molto bene
anche che l’uguaglianza basata sul metro, sulla perequazione non
eleva soltanto i redditi e le posizioni: di fatto essa è
perfettamente in grado di svilire le anime.
Senza soppesare la
famosa differenza di natura di cui parlava Cicerone, tralasciando
cioè ciò che designa esattamente e soprattutto fino a
quale punto sia immutabile, posso almeno suggerirvi di affidarvi a
Jean-Jacques Rousseau, per il quale l’accettazione delle differenze
tra gli uomini proviene da un consenso reciproco tra governanti e
governati, e deriva dalla volontà generale. Rousseau è
stato rimproverato parecchio per aver giustificato lo schiacciamento
individuale a favore del numero, ma è probabile che abbia
avuto piuttosto in testa una specie di legge interiore, una
convinzione individuale generalmente condivisa, quella della
gerarchia autentica secondo coscienza.
Questa non è mai
stata contraria all’uguaglianza: è quella che fa sì
che Jacques Chirac si alzi in piedi vedendo entrare l’abbé
Pierre. Egli intravede in lui il punto di riferimento di un ordine
che rende relativo quello del formicaio.
Si penserà che
l’accenno all’abbé Pierre sia un tentativo supplementare
di reintrodurre l’idea di Dio in questo discorso: niente di più
falso.
Del resto, esiste
un’altra gerarchia più facilmente ammissibile da un ateo,
una gerarchia estranea alla religione e tuttavia altrettanto
misteriosa: quella dell’arte e della creazione; è proprio
qui che i limiti dell’uguaglianza dinamica sono più evidenti
e più ridicoli.
Per riassumere,
immaginate una società in cui sia stata eliminata ogni fonte
di disuguaglianza materiale. Immaginate che tutti abbiano un impiego,
una casa accogliente, una bella auto, un paese pulito e tranquillo,
bambini affettuosi iscritti in una buona scuola. Immaginate dunque,
più o meno, la California o la Florida del Sud.
Cosa rimane loro da
conquistare, in termini di uguaglianza? Quasi nulla, eppure
l’essenziale; qualcosa che faccia correre gli sfaccendati di tutti
quei quartieri in cui si contano due vetture per abitante da almeno
due generazioni.
Cosa reclamano i più
fortunati abitanti del pianeta per eguagliare coloro che si trovano
ancora un gradino sopra di loro? Non sono i soldi, non è la
bellezza, poiché abbiamo pressupposto che essi godano già
dell’uno e dell’altra in abbondanza. Il culmine dell’uguaglianza
dinamica non consiste nemmeno nel permettere a chiunque di diventare
una star per cinque minuti della propria esistenza, come aveva
previsto il pittore americano Andy Warhol.
E’
essere creativi. In California, in questo momento, centinaia
di scuole, di istituti, di università cercano di insegnare
alla gente a diventare creativi partendo dal principio più o
meno espresso che non c’è ragione di stimare un bambino
piuttosto di un altro per le sue doti naturali, poiché
l’attitudine creatrice deriva da un’istruzione appropriata. Se
l’attitudine alla creazione deriva da uno sforzo particolare
compiuto sui mezzi, allora quest’ultimo può essere
acquistato, pagato e offerto ai propri bambini. In tal caso, è
possibile esercitare le proprie attitudini con qualche possibilità
di successo, considerato che ciò dipende principalmente dalla
perseveranza di cui si dà prova e del denaro che si investe.
Ma l’idea opposta,
secondo la quale le doti naturali si contraggono alla nascita, viene
sempre più rifiutata; diavolo, essa obbliga a passare
dall’uguaglianza dinamica all’uguaglianza statica. E comunque,
chi può dubitare che i bambini nascano a milioni con doti
superiori o inferiori ad altri secondo le attività che
abbracciano? Nessuno o quasi ne dubita ma il sistema è
obbligato a dubitarne contro ogni evidenza. Il sistema, nonostante
gli sforzi reali o supposti che esso compie per i superdotati,
sminuisce coloro che si elevano e pretende di elevare quelli che
vegetano, fino a permettere a questi ultimi di raggiungere il famoso
magma dell’80% dei diplomati previsto per la loro classe d’età.
Ora, in fin dei conti,
lo si vede bene, nessuno è soddisfatto. Coloro che vengono
artificialmente strappati alla condizione di somari per consegnare
loro un diploma senza valore, restano gabbati. Coloro ai quali si fa
abbassare la cresta, ai quali non vengono riconosciute le doti
naturali e il loro potenziale tende ad inasprirsi, ad essere abusato
o non affinato, tendono a degradarsi essi stessi o a divenire
sprezzanti, a causa di un eccesso di quell’orgoglio che nessuno ha
voluto valorizzare secondo una giusta proporzione.
Una giusta proporzione. Ciò significa che l’uguaglianza
autentica mantiene un rapporto stretto con la giustizia (è
addirittura il sinonimo che le viene attribuito generalmente) ma
anche con il senso della proporzionalità. A ciascuno secondo i
propri meriti, i propri mezzi, le proprie doti, la propria singolarità.
Eccoci obbligati a
passare dagli individui alle nazioni. Gli errori nel percepire
l’uguaglianza che abbiamo commesso nel governo degli uomini a
partire dalla rivoluzione industriale hanno prodotto conseguenze
ancora incalcolabili quanto al divenire dei popoli.
La
legge che viene loro applicata ormai non è più quella
di proporzionalità, che li onora e li rispetta, ma quella di
maggioranza, che li disconosce e li disprezza. Essa non tiene conto
dei caratteri locali, si applica dappertutto allo stesso modo, giunge
ad alterare finanche la verità storica per rafforzare l’idea
divenuta indiscutibile secondo cui gli imperi devono prevalere sugli
Stati, gli Stati sulle Regioni, i conglomerati sulle filiali e le
filiali sui laboratori. Se, nel 1914, uno studente serbo assassina un
arciduca d’Austria, cosa fa? Protesta contro una legge straniera?
No. Illustra il pericolo dei particolarismi.
Perché questa
rabbia?
Vorrei che ci si
soffermasse su questo stravagante paradosso: ve lo enuncio ancora una
volta, affinché possiate misurarne la tranquilla, impudente,
feroce assurdità. Quando, per difendere l’universo culturale
locale che lo ha visto nascere, uno studente affronta un
rappresentante della potenza imperiale, cosa dimostra?
Non dimostra l’oppressione di cui
la sua cultura di nascita è vittima. Non dimostra
l’illegittimità delle regole stabilite a Vienna per il
controllo dei Balcani. Nell’immaginario storico del XX secolo, e
dunque nei manuali di testo, egli dimostra che la sua cultura di
nascita non è abbastanza ragionevole dal punto di vista
politico per vivere in buona armonia con il proprio oppressore e i
propri vicini imbavagliati.
E’
esattamente il discorso che ci hanno propinato agli inizi degli anni
’90 a proposito dell’Europa centrale. I particolarismi, ci hanno
detto, sono fautori di guerra. Ma gli imperi che li schiacciano,
loro, sono fautori di nulla. Il fatto che Clemenceau abbia smembrato
l’Ungheria dei due terzi a beneficio dei vicini a seguito del
trattato di Trianon non è stato commentato un solo istante. Da
quando il muro di Berlino è stato abbattuto, abbiamo sentito
in Francia ogni sorta di intellettuale esprimere la propria
diffidenza contro il ritorno dei particolarismi e contro ciò
che essi definiscono l’Europa delle tribù.
(En
passant si noterà il disprezzo di cui la parola tribù è portatrice, poiché riduce piccoli popoli come gli
ungheresi, i savoiardi, i baschi, i catalani o i bretoni, per quanto
singolari, al rango di precivilizzati). Di fatto, i partigiani più
infervorati dell’internazionale egualitaria non vogliono che un
popolo alla ricerca di una dignità locale rimetta in questione
il potere che hanno acquisito sulla realtà, o piuttosto sulla
lettura che essi danno della realtà.
La definizione che tali
partigiani indicano per uomo, in tutte quelle grandi internazionali
dell’uguaglianza, passa attraverso la percezione della prospettiva
più ampia fino al fantasma opposto: quello della non identità,
che poggia sull’astrazione dei popoli (planetarismo), del lavoro
(sviluppo del terziario), del denaro (speculazione e riciclaggio),
della persona (l’es psicanalitico).
Viste da questa
prospettiva, le conversioni spettacolari, i passaggi dallo stalinismo
al liberismo più spudorato non sorprendono poiché il
principio, da un margine all’altro dello scacchiere politico, è
sempre lo stesso: si tratta di fondare un ordine egualitario
attraverso l’astrazione dell’inquietante varietà della
vita.
Quando
i nostri moderni internazionalisti denunciano il fantasma
identitario, essi intendono soprattutto affermare che uguaglianza
significa meno identità possibile. Li si reputa tolleranti
poiché esclamano incessantemente “Siamo tutti uguali”. In
verità, questo bisogno di uniformità rivela
innanzitutto un’intolleranza mostruosa nei confronti della
diversità naturale, considerata un’ingiustizia. Certamente
non sono xenofobi, ce lo ripetono a sufficienza, ma non sono nemmeno
xenofili: ai loro occhi, lo straniero non esiste. Lo hanno soppresso
dal proprio dizionario.
Se un uomo si presenta
al loro cospetto con un accento incancellabile, se mostra segni
inequivocabili della sua Europa centrale, se si tratta di uno
scrittore boemo che parla di ricordi comunque legati alla sua terra,
essi sottolineano volentieri che è nato in Ungheria o in
Slovenia, da genitori cechi, che ha vissuto l’infanzia a Praga, che
è andato a studiare in Germania, che ha ottenuto una borsa
negli Stati Uniti..... Quanto alle confessioni religiose, l’unica
che tollerano le mescolerebbe tutte. Infine, da quando si è
presentata la questione della Slovacchia ungherese o dei Carpazi, a
Parigi si assiste al grido di “al fuoco al fuoco” da parte di una
brigata di pompieri ideologi che ci spiegano che si tratta di
invenzioni, che questi paesi non esistono, che vi è stata una
tale mescolanza che è impossibile ormai dire chi è
figlio di uno o dell’altro.
Questo modo di
ricondurre incessantemente la questione delle nazionalità alle
origini genetiche dell’individuo è impulsivo o disonesto nel
migliore dei casi, vizioso nel peggiore. Esso tende ad assimilare
desiderio di identità culturale e razzismo.
Poco
importa che un compositore di danze slovacche sia nato in Pomerania o
sia cresciuto in Germania. Che sia di origine giapponese, ebrea,
turca, non importa minimamente. Se il nostro compositore trascorre la
vita nei conservatori e nelle biblioteche di Bratislava, è
slovacco a pieno titolo. Però, se si sostituisce il
conservatorio di Bratislava con un Music Center non è
più nessuno.
Si misura bene lo
spauracchio che le “tribù” rappresentano attualmente per
gli internazionalisti, i difensori dell’uguaglianza dinamica che si
acquista e si vende: le tribù diffondono e perpetuano ogni
forma di cultura, compresa quella che sfugge loro.
Come
da noi in Francia, tutto ciò che concerne il mondo contadino,
le regioni, il folklore diventa loro sospetto fino al delirio; essi
ritengono che le piccole popolazioni come gli ungheresi subcarpatici
o gli abitanti della Voivodina serba rischiano di mettere un giorno
fuoco alle polveri qualora reclamassero i propri diritti. Per un po’
vi diranno che è necessario ripulire i Balcani da ogni
nazionalismo. Non abbiamo già sentito questo verbo nel corso
della Storia?
Cos’è il
“nazionalismo” e che cosa designa? Designa un difetto di
uguaglianza statica. Se si parla volentieri dell’Ungheria come di
un piccolo popolo (si sarà capito che amo l’Ungheria) è
perché, nello spirito internazionalista, gli Ungheresi saranno
sempre e soltanto gli abitanti di un piccolo territorio solcato da
violinisti in salopette ricamata che onora antenati propri non ben
definiti. E’ così che si accelera il riaffiorare del
sentimento nazionale in forme guerrafondaie. Dopo aver provocato
l’incendio, hai voglia a gridare “al fuoco”.
La lezione n° 2 del
metodo di apprendimento ungherese Assimil ci propone un dialogo
prodigioso tra un allievo e il suo professore:
“La Francia è
un grande paese.
- Professore, anche
l’Ungheria è un grande paese, vero?
- Sì, Pierre,
anche l’Ungheria è un grande paese”.
In questo breve dialogo,
leggo la confessione patetica di un’inquietudine che non riguarda
la grandezza dell’Ungheria, bensì la sua identità.
Rispetto alla Francia e all’Impero francese, rispetto all’America
che ha fatto del pianeta la propria riserva di caccia, il proprio
terreno di gioco o di manovre, rispetto all’ex Unione Sovietica,
l’Ungheria è di fatto un paese talmente piccolo quasi da non
esistere.
Se nessuno garantisce il
rispetto dei popoli, a questi non resterà altro che
l’orgoglio. Nel breve dialogo riportato sopra, un internazionalista
francese vi scorgerà immediatamente un bisogno di
riconoscimento piuttosto losco. In verità si deve leggere: “In
un sistema in cui la prima necessità è di essere
grande, o almeno di essere considerato tale, anch’io affermo che il
mio minuscolo paese è grande (e perchè non feroce, già
che ci siamo), ma lo affermo oltanto per esistere, per elevarmi allo
stesso livello degli altri”.
Eccoci
dunque al cuore del famoso pericolo nazionalista di cui si parla
tanto. Ora, chi ha detto, chi ha fatto in modo che, per esistere, un
paese debba passare attraverso tutto ciò? Qual è il
sistema che ignora i popoli ad un livello tale che gli uomini si
sentono improvvisamente obbligati a mostrarsi a muso duro per essere
riconosciuti? Il nostro. L’internazionale.
Est o ovest che sia,
qualsiasi internazionalismo forsennato porta al disastro tramite
l’oppressione di quantità trascurabili. Ricordiamo che la
Costituzione sovietica definiva “dovere internazionalista”
l’azione condotta dagli agenti dell’Impero che giungevano a Praga
o a Cuba. E chi non percepisce, oggi, il peso di questo presunto
dovere nei discorsi dei nostri commentatori politici o culturali? Si
tratta di un postulato, in verità. Ecco qualcosa di cui non si
discute nemmeno più. I canali televisivi trasferiscono tre
tonnellate di materiale per realizzare una diretta da Pristina in
nome dei “doveri internazionalisti” del liberismo.
Chi siamo? finiscono col
chiedersi i popoli sbeffeggiati. Una manifestazione di collera, due o
tre discorsi permettono loro di rinfrescarsi la memoria, gridano in
seguito la propria esistenza, riuniscono la famiglia, respingono gli
agenti dell’Impero, martirizzano le loro minoranze, eventualmente
partono per conquistare i vicini. E’ un classico e non merita
commenti troppo eruditi. Tutti hanno capito. Nei cortili delle
scuole, si assiste a reazioni del tutto simili e tuttavia i maestri
non scrivono trattati sulla Croazia. Allora perché i nostri
intellettuali persistono nel condannare il fantasma identitario e non
piuttosto la privazione sistematica e deliberata del diritto degli
umili all’uguaglianza secondo statuto che rappresenta un pericolo
per l’umanesimo europeo? Perché si insiste nel pretendere
che sono gli studenti serbi a provocare conflitti mondiali
assassinando i principi d’Austria? I responsabili non sono
piuttosto i furieri del sistema imperiale, coloro che hanno cercato
di addormentare i popoli, di circuirli, di reprimerli instaurando il
cosiddetto regno del club, nel quale è necessario aderire a
determinate condizioni prima di potervi accedere, a scapito di quello
famigliare, dove invece ciascuno è amato e capito
incondizionatamente?
Eppure, quella disonestà
che consiste nel considerare l’oppresso il responsabile delle
reazioni a catena scatenate dal suo rifiuto è molto corrente
oggi. Se le comunità che pendono a favore del nazionalismo
combattente fossero state riconosciute nell’ordine dell’uguaglianza
secondo l’essere, secondo la cultura, esse non avrebbero bisogno di
realizzarsi in quello dell’avere, della conquista territoriale,
della natura.
Il patriottismo non è,
come si pretende continuamente di far credere, un modo di segnare il
proprio territorio di conquista. Esso permette unicamente di accedere
all’essere attraverso una definizione del sé di fronte al
gruppo a cui si appartiene. I valori che hanno presidiato la vostra
educazione, la pratica e l’evoluzione dei vostri costumi, i
caratteri singolari della vostra infanzia, i miti che l’hanno
cullata, tutto ciò forma una geografia del cuore e della mente
senza la quale nessun Pollicino saprebbe trovare il giusto cammino
sulla via.
Al centro spaziale di
Houston si vedono sfilare tutte le etnie e le culture della terra in
perfetta comunione. Nella Città delle stelle in Siberia
nessuno si sente uzbeco o lettone; nella City di Londra i giovani
finanzieri del sultanato di Oman laureatisi a Princeton non indossano
la djellaba. Se la Storia li obbligasse un giorno a rinunciare alla
propria lingua, alla propria religione, alle proprie usanze, essi
proverebbero soltanto un po’ di nostalgia. La definizione che essi
danno di “uomo” l’hanno trovata altrove, nelle preoccupazioni
generali che relegano in secondo piano la necessità di far
parte della famiglia immediata. La comunità degli scienziati e
dei filosofi da sempre si dichiara di appartenere alla famiglia
umana. (Internet ci mostra fino a che punto essa esista.) In essa,
ciascuno trova la propria identità malagrado l’estensione
del gruppo di riferimento. Per loro, di fatto, il mondo è
veramente un villaggio, ne vedono le estremità, la
circonferenza, possono situarsi nella prospettiva più ampia.
Inoltre, sono in contatto reciproco permanente.
Ahimé,
la frontiera tra il noto e l’ignoto di cui ognuno di noi ha bisogno
per sapere a che punto è della propria vita, per avere
coscienza di se stesso, viene incessantemente spinta fuori dalla
vista degli umili dallo scienziato, dall’ingegnere, ma anche dal
giornalista, dal sociologo, dall’artista mediatizzato abituato ai congressi e alle conferenze. Parecchie grandi menti
internazionaliste sono intimamente convinte che gli altri, la povera
gente, non possono far altro che adeguarvisi. Tutte le pubblicità
televisive su Internet seguono questa direzione: mostrano un
contadino nelle risaie mentre gli viene annunciata la buona novella
tecnologica come unica via in grado di restituirgli la dignità
d’uomo. Le nuvole si squarciano per permettergli di collegarsi al
web.
E se avessimo torto?
Possiamo biasimare colui
che non vede il mondo nella sua interezza perché preferisce
rimanere nel suo villaggio? Meglio ancora: non ha forse le medesime
opportunità dei più elevati spiriti della terra di
toccare l’universale accarezzando la propria pipa o il proprio
cane?
Esistono due modi per
concepire il mondo: farne il giro oppure guardare le stelle.
L’orizzontale o il verticale. L’internazionale o l’universale.
I partigiani
dell’internazionale, siano essi comunisti o liberisti, ci
stordiscono con la loro visione orizzontale del pianeta da più
di un secolo. Ognuno sa che, per estendere il proprio orizzonte in
questo caso, è necessario prima o poi montare sugli altri.
Mentre l’universale, il verticale è l’uguaglianza a
portata di tutti. Per misurarsi con le stelle, non c’è alcun
bisogno di schiacciare gli altri o di innalzare torri di duecento
metri: basta alzare lo sguardo.
Non aspettiamo che i
miserabili del pianeta, inchiodati al proprio orizzonte, trovino una
definizione di uomo secondo gli stessi parametri del giornalista
newyorchese in continuo cambio di fuso orario. Sarebbe ridicolo e
soprattutto sarebbe criminale obbligarli a ciò. Se ad un
bambino della periferia di Budapest viene lasciata l’opportunità
di imparare il violino dal genitore ungherese povero, patriota,
musicista; poi di crescere, dopo la morte del padre, nel rispetto
della memoria paterna, della patria, degli umili, della musica fino a
diventare un uomo di qualità, un uomo compiuto, capace a sua
volta di dare un’anima al proprio figlio; in nome di cosa si
rimproverebbe a questo signore di non aver trovato una propria
definizione attraverso il cinema internazionale, la letteratura
d’areoporto, i viaggi a Bora Bora, la telediffusione satellitare?
Al contrario, se si
cerca di imporgli, fin dall’infanzia, il culto della prospettiva
più ampia, quello della definizione impossibile, lo si fa
precipitare immancabilmente nell’insignificanza e poi nella
collera. Considerato che, ve lo ricordo, esistono ormai due
internazionalismi: quello dei raffinati che fanno comunella tra loro
e quello di coloro che permettono agli imprenditori, loro fratelli
indegni, di infliggere alla terra intera la barbarie del largo
consumo.
L’egualitarismo
teorico orizzontale è ingiusto tanto quanto allineare un
emiplegico al blocco di partenza accanto ai migliori atleti.
La vocazione degli umili
è anch’essa quella di diventare uomini. Ora, qualsiasi cosa
si faccia, anche nel caso in cui riuscissimo a cancellare la miseria,
ci saranno sempre persone che potranno disporre soltanto del
necessario e che saranno comunque incapaci di seguire il movimento a
cui li obblighiamo.
Contro
l’idolatria del generico che fa sì che le classi popolari
chiamino ormai i propri figli Steve, Cindy o Deborah come nei
telefilm americani, contro l’emergenza di un sottoproletariato
dell’essere in tutti i continenti, è tempo che l’Europa
ci mostri ciò che essa ha di peculiare. Quando se ne dà
pena, quando si mobilita per la difesa del suo patrimonio interiore,
l’Europa è capace di resistere come nessuno potrebbe
immaginare a prima vista. Ricordiamoci ad esempio della sfortunata
avventura rumena, parabola luminosa, racconto di Perrault, caricatura
delle nostre modernità sconvolte dalla competitività
internazionale.
Ricordiamoci dello
straordinario movimento di protesta nato nei villaggi francesi quando
Ceaucescu, il “Danubio del pensiero”, si è messo a
smantellare le chiese nel 1989 per aumentare l’ardore del proprio
popolo nei confronti del lavoro. All’improvviso è stata la
levata in massa istintiva. La santa collera. I contadini delle nostre
parti hanno adottato in poche settimane i loro omologhi rumeni e
hanno realizzato operazioni di gemellaggio in tutta fretta per
circoscrivere il fenomeno. Sono state organizzate mostre fotografiche
in cui si vedevano anziane contadine dei Carpazi in fichu nero
gironzolare attorno ad un buco enorme che era stata la loro casa. In
breve, si comprende che la comunità di interesse tra Europei
non passa attraverso l’internazionalismo, la tabula rasa, la
società razionale, bensì il contrario. Di colpo, si
sarebbe voluto raggiungere Bucarest in camion, organizzare trasporti
di coperte e di scatole di conserve. Bisogna avere assistito a questa
curiosa mobilitazione nel cuore del fenomeno, cioè da un
piccolo villagio francese, per capire quanto questa campagna
frenetica differisse da tutte quelle organizzate negli anni
precedenti per l’Etiopia o per il terremoto in Messico. La fonte di
questa potente espressione di solidarietà fuori frontiera era
la difesa del particolarismo paesano.
Se temiamo per la nostra
identità, percepiamo anzitutto la legittima aspirazione
dell’altro a restare se stesso e noi sappiamo che egli è
nostro uguale per ragioni più potenti e più profonde
che non la cifra del PIL pro capite.
L’agitazione dei
popoli, di cui ogni cosa ne indica il risveglio in questo momento,
deve essere interpretata come un richiamo alle fonti filosofiche
dell’uguaglianza, come un bisogno di essere e di essere se stessi
rispetto al magma planetario.
Essa
è l’espressione di un bisogno eterno, universale, legittimo,
quello della definizione di sé. Quando coloro che non sanno
più chi sono chiedono ragione di questa ignoranza a
coloro che continuano a vivere nell’ignoranza, è troppo
tardi per inviare la polizia antisommossa: si deve piuttosto cambiare
regno.
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Pour remettre à l’honneur la prophétie en tant que genre littéraire, il faut déjà oser. Et puis cela réclame de trouver des sujets qui possèdent une solennité suffisante. On imagine mal par exemple un prophète se prononcer sur les résultats des élections. Ce serait plutôt l’affaire des devins et des charlatans et c’est pourquoi les politiciens s’y entendent aussi. Les prophètes parlent plutôt au cœur de l’homme afin de lui annoncer l’avènement de ce qu’il pressent , de ce qu’il redoute et de ce qu’il désire.
Parmi les phénomènes qui méritent qu’on adopte le ton du prophète aujourd’hui, il en est un que l’on doit pressentir , redouter et désirer tout à la fois : c’est le retour de l’indignation, cette passion chère aux hommes civilisés et fort impopulaire chez les barbares qui l’assimilent aux tendances réactionnaires . Pour la discréditer ils la confondent avec le coup de gueule. Or entre l’indignation et le coup de gueule il y a la même différence qu’entre un livre et un bouquin , Péguy et Brigitte Bardot, Chateaubriand et Paris-Match.
Contre la raison , contre la vraisemblance, auxquelles je préfère la folie et la vérité, je prêche le retour des livres, de Péguy et de Chateaubriand.
Si l’indignation est hors la loi c’est que le malheur l’est devenu. Je ne parle pas du malheur que l’on soigne par la solidarité. Je parle de l’autre. Le malheur humain irréparable, le malheur qui ne tend pas la main, le malheur du vagabond qui s’évade de son « centre d’accueil » pour mourir sous les étoiles. C’est le malheur devant la violence faite au sens. Le malheur d’avoir oublié pourquoi nous sommes ici. Le malheur de voir les gens se ruer sur des piles de DVD collector. De n’avoir plus d’histoire, plus de maison, plus de parole, de dire la même chose que la télé, d’être insulté par son fils au nom de la mode et de s’apercevoir qu’après cinq siècles d’humanisme européen, il prend plaisir à voir torturer des gens au cinéma. Le malheur de circuler dans les supermarchés affublé par sa belle-fille d’un survêtement à bandes quand on a la tête du père Dominici. Le malheur d’avoir des petits-enfants qui s’appellent Steve ou Jason, quand on a grandi à Vesoul entre matines et vêpres . Le malheur de croire que le malheur se soigne, et qu’il suffit d’une subvention.
Il n’y pas de subvention pour ce qui nous arrive . Il n’y aura pas de téléthon pour ce qui nous attend. Il n’y aura plus que l’indignation et l’action. A force de nier le malheur, on a réveillé le mal .
La première de mes prophéties consiste à annoncer le retour de cette forme de discours que l’on profère la main sur le cœur quand le mal est en route. La littérature est le dernier refuge de la parole impossible à désamorcer, à intimider, à éradiquer : celle qui a vu les légions en marche. Quand un écrivain parle au lecteur sur le ton du messager dans le théâtre antique, il est un peu tard mais on commence à l’écouter . On ne peut plus réunir contre lui cinquante lycéens sur des gradins pour leur faire crier hou hou comme on le voit en ce moment sur tous les plateaux. On ne peut plus affubler sa pensée d’un faux-nez comme le font les journalistes qui parlent à tout propos de dérapage et de vigilance.
Le retour de l’indignation est inscrit dans les gènes de la civilisation prophylactique . A force d’organiser des téléthons pour le malheur, on n’a rien prévu pour le mal. Depuis quarante ans les antibiotiques de la pensée sont administrés à titre préventif. La société est devenue un vaste hôpital dont les tuyaux se sont multipliés. L’aération condense les germes. La désinfection est inefficace. La pensée nosocomiale se répand .
Un exemple ? Le système médiatique et le corps enseignant assurent depuis quelques mois la publicité d’une nouvelle nommée Matin Brun. Ils essaient de faire passer cette cure d’antibiotiques pour spécifiquement dirigée contre les germes du fascisme. Mais le spectre, plus large, est prévu pour jeter le doute sur les indignations qui n’emprunteraient pas la voie obligatoire. Les chefs de clinique de la pensée sont en train de s’affoler avant le passage de la commission d’inspection. Ils prétendent que le personnel a commis des fautes et que les protocoles n’ont pas été respectés. Ils nous dissimulent que la principale cause de la flambée infectieuse est l’abus des médicaments qu’ils ont prescrits (tout en déplafonnant leurs honoraires, est-il besoin de le préciser).
Récemment, j’ai voulu illustrer, dans un grand quotidien, l’idée que l’anti-fascisme clinique avait créé des souches de barbarie résistantes. Le rédacteur en chef m’a répondu : « Pourquoi pas, à condition que tu traites le sujet par la déconne ».
Les actionnaires du journal avaient dû faire livrer une cargaison d’antibiotiques le matin même . Je n’ai pas écrit une ligne . La déconne a infecté la moitié de la pensée d ‘après-guerre . Elle consiste à traiter tout (sauf l’holocauste) par la mesure et la dérision, en croyant pratiquer la légèreté quand elle nous précipite dans la tragédie . C’est à dire, selon la définition classique, terreur et pitié.
Je me propose de montrer bientôt en quoi les écrivains sont au cœur de la tragédie future.
Les merveilles de la chirurgie
Pour juguler l’infection de la pensée, pour conjurer l’apparition des flambées d’indignation, différentes méthodes sont à l’œuvre depuis trente ans. On a d’abord essayé de prévenir l’apparition des symptômes. Quand les symptômes sont apparus, il a fallu les ignorer. Cette ignorance fut l’œuvre de ce qu’on appelle aujourd’hui les réseaux . Les réseaux sont comme les partis politiques : leur nature est d’avoir raison des dissidences . En littérature, les réseaux ont pour mission de détourner l’attention des gens originaux et des phénomènes intéressants, notamment en perpétuant un mythe grotesque : la noblesse de la banalité . Depuis trente ans les réseaux proclament que le roman est mort et que la littérature française est malade. Ils s’entendent à détourner la capacité d’indignation, d’entousiasme, de courage, propre à tous les artistes, vers des objets lointains comme la lutte révolutionnaire au Chiapas ou le retour à la démocratie au Chili. Ils sont presque arrivés à nous persuader que la vieille Europe a perdu son âme et que nos passions médiocres doivent aller se régénérer sous des cieux où rougeoie la rébellion . C’est le discours des années engagées. En ce temps-là si on avait le malheur de n’avoir pas voyagé en Amérique Latine, de n’avoir pas campé à San Francisco, de n’avoir pas croisé Jim Morrisson à Saint Germain des Prés, qui était-on ? Personne ou à peu près. En tout cas, pas un artiste .
L’écrivain des années 70 n’a pas le droit de s’interroger sur le nombre des étoiles sans quitter son jardin : ça fait Saint Ex. Son fonds de commerce est l’injustice . Et si possible, l’injustice chez les autres. Dans les années Giscard le comble de la honte est de faire du moi-je dans le Loir et Cher. Non seulement les critiques ne parlent plus de ceux qui écrivent à la première personne , mais les « découvertes du mois » sont brésiliennes ou guatémaltèques pour éviter d’attirer l’attention sur les talents français. Résultat, nombre de vocations en littérature ont été tuées par cette exigence d’exotisme : pas de moi-je, pas de Loir et Cher, ça fait beaucoup quand on a grandi fils unique dans une famille de Romorantin. Autant devenir cadre dans la grande distribution.
Hélas, dans les dix années qui ont suivi l’avènement de François Mitterrand, le tiers-mondisme littéraire révélé sa propension à secréter le doute et l’ennui. Du coup les réseaux ont décidé que la nouvelle esthétique littéraire serait celle de la fantaisie désenchantée. Voilà qui est extrêmement commode quand on veut évacuer les enchanteurs. Je veux parler des paranoïaques, des visionnaires, des illuminés, des solennels, c’est à dire en somme des artistes. Il suffit d’encenser, à chaque rentrée littéraire une trentaine de post-ados qui vous tapent sur le ventre avec la modestie d’ Alain Souchon, et le tour est joué. Enfin, c’est ce que l’on croit.
C’est là qu’ill est temps d’énoncer ma deuxième prophétie : malgré la conjuration de l’insignifiance, l’apparition d’une famille d’écrivains téméraires est imminente. Parce que, devant ce qui s’annonce, (grossièrement, le retour de la barbarie en Europe) Allo Maman Bobo va paraître un peu court.
Du courage, il en faut déjà pour vivre de sa plume quand on ne pratique pas la pensée recommandée. Mais ce courage n’est rien auprès de celui qu’il faudra demain pour continuer à s’exprimer dans le registre indigné, quand les recommandations deviendront criminelles . Quand un « groupe de jeunes » viendra sonner chez vous pour un article de trop, nous aurons changé d’époque. A force de juguler toute vocation à sortir du rang, les réseaux sont en train de réveiller les démons qui patrouillaient la vie sociale dans les années 30 : les brigades d’intervention chirurgicale sont déjà prêtes. Demain on enlèvera on tuera, on mutilera pour des idées comme en Colombie ou au Libéria. Pour reprendre l’expression de la jeunesse banlieusarde, on pourrira la vie des plumitifs . Le rôle de l’écrivain est de parler quand les circonstances l’exigent . Le rôle de l’écrivain est de rappeler la société à l’humanisme. Il est de faire honte à la communauté de ses penchants périodiques pour la lâcheté, il est de s’opposer à la loi de la pègre . Pour toutes ces raisons l’écrivain est en première ligne. J’ai toujours regretté d’avoir traité à la légère, dans le Quotidien de Paris, la tentative d’attentat à la bombe dont Jean Dutourd fut l’objet en 1977. Au fond cet homme fut un pionnier. Salman Rushdie empêtré dans sa fatwa, Michel Houellebecq traîné en justice, Renaud Camus recevant des menaces de mort, nous ne sommes pas sur la bonne pente. Les écrivains vont rejoindre la cohorte de ceux qu’on appaudit le jour de leur enterrement, comme dans les rues de Palerme quand un juge vient de tomber.
L’écrivain ce héros
Il y a deux sortes de prophètes, ceux qui crient au châtiment et ceux qui croient à la rédemption . Je penche pour la rédemption.
Et pourtant lorsque j’annonce le retour de l’indignation, lorsque j’affirme que nos sociétés, face à leurs dissidents, vont bientôt renoncer aux quarantaines et aux cabales médiatiques pour pratiquer la persécution directe, lorsque je prétends que les écrivains courageux seront bientôt aussi seuls devant l’ennemi que les banlieusards qui ont osé porter plainte après le viol de leur fille, j’ai l’air pessimiste.
En bien c’est le contraire.
Ceux qui seront assez fous pour s’exposer aux indimidations et pour risquer leur vie vont légitimer leurs écrits par leur courage. Ils vont restaurer l’honneur de la littérature après deux générations de nos meilleures ventes. Le principe qui fondera bientôt le classement des écrivains , ce sera nos plus grandes âmes . J’en connais qui vont plonger.
Chaque année on publie la liste de ceux qui reçoivent la légion d’honneur mais qui connaît le nombre de ceux qui n’en veulent pas ? Ils sont légion aussi mais ils n’ont pas le même honneur.
En ce moment tout est verrouillé pour chanter les louanges du marché . On préfère l’hygiène de vie à la vie elle-même, on poursuit l’Etat pour un orage, on est prêt à toutes les lâchetés pour conjurer l’idée de la mort, on téléphone à son avocat pour attouchements, on arrête de fumer en direct, l’hypocondrie est devenue la base même de la philosophie sociale.
La littérature est là pour donner aux hommes le vertige d’un autre monde plein de dangers, de panache et de beauté, un monde convaincu que l’usage de la pénicilline n’a aucun rapport avec le degré de civilisation d’un peuple . Comment restaurer ce vertige contre ceux qui légifèrent dans la pensée prophylactique ?
Par l’exemple. Par une mise en danger personnelle. Les écrivains ont, pour nombre d’entre eux, la vertu de n’avoir pas d’attaches, et de pouvoir vivre sur un lit de camp si les circonstances l’exigent. Ils ont fait vœu de témérité, ce qui signifie qu’une poignée d’entre eux seront un jour recherchés, persécutés pour avoir écrit des choses inadmissibles - et donc introuvables. Sauf sur internet, dans la rumeur publique, et dans la mémoire collective. Au temps du Grand Secret du Docteur Gubler, (ce médecin de François Mitterrand dont l’ouvrage a fait l’objet d’un référé ), j’ai envoyé le texte par email à dix personnes qui l’ont envoyé à dix autres. J’avais l’impression de copier un libelle de Beaumarchais (bien que la comparaison, littérairement, ne soit pas très judicieuse) . Eh bien, voilà ce qui nous attend. Nous entrons dans un âge où la vérité sera si nécessaire et si dangereuse que ceux qui la profèrent n’iront pas toucher leur droits d’auteur. Ils se cacheront plutôt en Ariège . Mais leur triomphe moral compensera le manque à gagner. La faveur des foules grandira dans l’ombre, à leur sujet, comme la légende des patriotes hongrois au temps de l’empire autrichien, comme celle des résistants français ou des dissidents russes dans les temps d’oppression.
Alors, seulement, on se souviendra de la nature politique de la littérature, une nature qui appartient à la tradition française depuis toujours, et qui fit défiler Malraux sur les Champs Elysées après avoir conduit Lamartine au Parlement et Châteaubriand au ministère.
On se demandera à propos de quoi un écrivain serait encore capable aujourd’hui de soulever une nation. Il ne suffit pas d’être insolent, ni de braver les escadrons de la mort. Pour être digne de la gloire, il ne suffit pas de déplaire aux mafieux de la politique ou de la finance. Il faut encore avoir un message à délivrer, un message contre les pharisiens et les clercs, un message qui émeut le peuple.
Et donnez-moi, s’il vous plaît, un exemple de ce message ? Eh bien il suffit par exemple d’écrire la vérité sur les rapports entre civilisations à l’époque pré-américaine, soit grossièrement avant 1917. Il suffit de rappeler que notre diplomatie à l’égard du monde islamique avait cinq siècles de plus que la leur. Il suffit de rappeler combien il est fâcheux de laisser croire au tiers monde que l’ intelligence diplomatique des européens (l’intelligence tout court) est assimilable à celle de Sylvester Stallone. Il suffit d’illustrer que l’imaginaire américain, depuis trente ans exerce une influence négative sur la morale et l’ordre du monde, notamment par le biais d’une production vidéo pléthorique et pélagique. Il faut réveiller la mémoire de Pierre Loti, du peintre Gérôme, de Voltaire et d’André Gide. Aucun de ceux-là n’aurait admis sans broncher de voir filmer Saddam Hussein la bouche ouverte comme un fauve tiré à la seringue hypodermique. Il est vrai que le département d’Etat américain aurait traité Gide et Loti de pédales, exactement comme les fondamentalistes islamiques dont la finesse et l’humanisme ne sont pas très éloignés des leurs.
Vous voyez bien qu’il y a urgence. Et vous voyez bien qu’on peut encore écrire des choses qui fâchent.
Editoriaux (Le Figaro, Valeurs actuelles)
Le vertige du grand saut
Trophées de la calomnie
Papillons et papiers collés
Grand-père et le Multimédia
Du roman total au roman instamatic
La Chair et le Sang
La bête sous l'escalier
Hypocondrie fiscale
Compartiment unique
Puérilités matrimoniales
Maccarthysme de gauche
Français obsolète
L'école au balcon
Piteux ajustement
La vertu dangereuse |